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| Ad affiancare la sezione dedicata alla bibliografia,
la sezione dedicata alle recensioni, una guida ulteriore, utile
all'orientamento nel campo in progressivo mutamento e crescita della
pubblicistica dedicata allo studio della responsabilità sociale delle imprese.
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| Ota de Leonardis, In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 183. |
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Qual è la ricetta vincente per uscire dalla crisi del welfare? Negli ultimi anni le risposte a questo interrogativo sembrano andare tutte e consensualmente nella medesima direzione: il mercato sociale, il welfare mix, l'incentivazione del terzo settore, il nonprofit, l'aziendalizzazione dei servizi sociali pubblici, ecc. Un terreno non ben definito, ancora molto instabile e pullulante di contraddizioni - sostiene Ota de Leonardis, autrice di questa preoccupata ricerca sociologica sugli scenari del dopo welfare. In ogni caso, prosegue l'a., ciò che accomuna le proposte più o meno ardite di liberalizzazione e privatizzazione del settore dei servizi è l'accento posto sulla "tendenziale sostituzione del welfare state, che presuppone mediazione amministrativa e responsabilità pubblica nella riproduzione sociale, con relazioni di scambio tra domanda e offerta di beni 'sociali', che presuppongono invece capacità di autoregolazione della società" (p. 8): certezza della crisi (fiscale, ma anche ideologica e pratica) dello stato sociale e fiducia assoluta nell'autorganizzazione della società tramite le energie del libero mercato. Il volume prende spunto da queste convinzioni diffuse per tematizzare e mettere in rapporto due questioni centrali solitamente trascurate: la questione dello statuto pubblico dei beni sociali - che s'identificano con i dispositivi di base della cittadinanza - e la questione dello statuto organizzativo dei servizi, di come funzionano e di che tipo di 'qualità sociale' producono. Ci occuperemo qui soprattutto del primo tema.
È vero, ammette l'a., che il modello welfaristico keynesiano è giunto ad un punto morto, non più compatibile con le politiche sociali e con quelle economiche che oggi si impongono globalmente. Ed è vero anche che l'ampliarsi di un mercato sociale in cui interagiscono lo stato, il mercato e il terzo settore è un "passaggio ineludibile" delle nostre società, un modello sperimentabile per coniugare nuovamente crescita economica e benessere sociale. Ma quale modello? Pare che, con il conclamato esaurimento del progetto del welfare, se ne rigetti anche la "forza delle culture della cittadinanza - di una 'società migliore', aperta, capace di sopportare contraddizioni, orientata all'inclusione" (p. 14). Al di là delle retoriche 'buoniste' in cui prevalgono omogeneità e consenso, sembra affermarsi una logica della naturalizzazione del disagio sociale (la 'povertà' torna ad essere un tema dei dibattiti) che ben si concilia con la priorità assegnata ai criteri economici e con l'assenza di sensibilità verso la sostenibilità sociale delle nuove economie.
L'insistenza sulle capacità autorganizzative della società (la welfare society) tradisce infatti un ritorno delle "culture del privatismo", in cui anche per quanto attiene alle materie sociali si fa appello a motivazioni appartenenti alla sfera privata (gli interessi e i valori morali) e la solidarietà stessa può diventare "il sostituto privatistico della corresponsabilità verso la cosa pubblica" (p. 19). La questione sociale come questione pubblica - questa è la difficile eredità del welfare state e del suo progetto di cittadinanza. Un progetto e un processo, come ribadisce a più riprese l'a., non privo di ambiguità, di fallimenti, di deviazioni: burocratizzazione dell'assistenza pubblica, paternalismo e collettivismo, deresponsabilizzazione e quella stessa distribuzione di beni pubblici nella forma di beni privati che appare tanto simile oggi alle politiche neoliberiste. Anche il modello welfaristico, insomma, si è rivelato spesso autocontraddittorio, a partire dalla stessa equivalenza di pubblico e statuale, che a lungo andare ne ha inficiato la capacità di coinvolgimento di cittadini partecipi ad una socialità comune. Ciò non toglie che quella fosse la sfida: una redistribuzione di beni pubblici condivisi, intesa come prassi creatrice di comunanza e partecipazione, come l'essere (non l'avere) della cittadinanza, e non come mero atto di spartizione o di risposta a domande private.
La ricerca empirica mostra che gran parte del mercato sociale non ha saputo o voluto raccogliere questa sfida, anche laddove ha occupato con 'profitto' le aree di intervento sociale lasciate scoperte dal ritrarsi dello stato. I cardini del terzo settore (volontariato, solidarietà e nonprofit), a parte il loro carattere polimorfico e discontinuo, anche qualora riescano a innescare un circolo virtuoso tra la logica degli affari e quella degli interessi collettivi (la famosa quadratura del cerchio), non acquistano la valenza normativa di istituzioni produttive di legami sociali (o, ancora di più, espressioni dirette di questi), ma sempre più spesso scivolano verso "l'ambiguo terreno della 'produttivizzazione' del sociale" (p. 73). Allo stesso modo, il welfare mix (stato finanziatore e privati erogatori di servizi) può vantare il pareggio dei bilanci e la copertura dei bisogni, ma resta inevitabilmente lontano dalla rispondenza a criteri pubblici nella distribuzione delle risorse comuni (ancora una volta, siamo nella sfera delle transazioni private - magari rispondenti a criteri di giustizia equa, come vogliono i neocontrattualisti, ma ben lungi dal discorso collettivo sulla "redistribuzione di poteri, non soltanto di beni", p. 86). La titolarità dei problemi pubblici sfuma così nella casistica e nella soggettivazione. Ne offrono una conferma i nuovi vocabolari di questa socialità privata, frequentemente richiamati da de Leonardis nel corso della sua disamina: l'inflazionata e gettonatissima nozione di empowerment, ad esempio, che dall'indicare l'obbligo dei servizi sociali di rimettere le persone in grado di partecipare attivamente, autonomamente, al discorso pubblico e alle sue scelte politiche (un conferimento di poteri, dunque), tende sempre più ad assumere la pratica della responsabilizzazione individuale e dell'invito a 'cavarsela da sé'.
A questa carrellata fin troppo realistica di "incubi" sullo stato attuale dei servizi sociali, seguono alcune considerazioni che ci sembrano porsi a metà strada tra giustificate aspettative e "sogni" veri e propri. Al lettore naturalmente, se vorrà prendere in mano questo utile volume, il giudizio definitivo. Trattando dei servizi dal punto di vista organizzativo, l'a. descrive un'emergenza caratteristica del postfordismo: la terziarizzazione della produzione. Siamo qui nell'economia tout court, non in quella sociale. In questo ambito si assiste ad una metamorfosi del prodotto, che tende a diventare fattore di relazione: il "prodotto-servizio" rappresenta un passaggio che "introduce nell'organizzazione della produzione e degli scambi economici la logica del servizio" (p. 104). La nuova "economia delle relazioni" - contrassegnata dalla fluidificazione comunicativa, dalla interdipendenza e dalla produttività intrinseca della relazionalità - potrebbe costituire mutatis mutandis (ma quanto ci sarebbe da mutare, ci si può chiedere!) un modello per ripensare la forma dei servizi sociali, da erogazione di prestazioni materiali centrate su 'cose' (il farmaco, il colloquio, il sussidio, la casa, il lavoro) a pratiche interattive la cui struttura organizzativa, centrata sulla produzione di relazioni, generi nuove relazioni. È la via attraverso la quale l'a. ripropone i potenziali normativi della cittadinanza andati perduti con la crisi del welfare: "i servizi sono sociali quando, e in quanto, producono socialità, in quanto cioè generano e rigenerano legami sociali, comunicazione, cooperazione e conflitto" (p.131). L'altra via è incarnata dalle esperienze concrete delle "imprese sociali", che coniugano la questione organizzativa così impostata con la questione pubblica, e si orientano sull'attivazione relazionale di aree sociali secondo criteri imprenditoriali (un esempio: la comunità di recupero per tossicodipendenti che apre un esercizio commerciale). Costruite dal basso e supportate dal pubblico e dagli stessi utenti che, attraverso un autentico processo di empowerment o 'validazione' ne divengono gli attori principali, queste imprese possono essere viste come modelli di "istituzioni per la qualità sociale", in cui il servizio pubblico svolge infine il ruolo produttivo di capitalizzazione del sociale e di realizzazione della cittadinanza come processualità sociale, dando cioè luogo alla crescita e alla diffusione delle "capacità di azione e di scelta che rendono tali i cittadini" (p. 173). Siamo, come si sarà compreso, nell'ambito dei "sogni" che in filigrana (ma anche esplicitamente) rivelano un'impostazione generale assai vicina alle più recenti intuizioni habermasiane: con il merito, che va tuttavia ascritto a Ota de Leonardis, di averle estrapolate dal loro guscio di normatività liberaldemocratica e radicalizzate in senso critico. (ap)
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| Richard Sennett, L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 159. |
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Questo studio ormai famoso di Richard Sennett - sociologo americano radical da sempre attento osservatore degli effetti del capitalismo sull'ordine sociale - si prefigge di descrivere e analizzare le conseguenze del lavoro flessibile sul carattere degli individui che sempre più lo sperimentano quale condizione lavorativa abituale. Per "carattere" l'a. intende - attraverso richiami ad un'ampia genealogia occidentale che vanno da Orazio a Gadamer, da Esiodo a Levinas, passando per Agostino, Lutero, Pico della Mirandola, Weber e Foucault - "soprattutto i tratti permanenti della nostra esperienza emotiva" (p. 10), ciò che garantisce la continuità nelle relazioni con il mondo e permette all'io di dislocare la propria autonarrazione in una successione temporale lineare e cumulativa. Questa concezione temporalmente strutturata del carattere - come risultato ed espressione della percezione e gestione sia del tempo di lavoro che del tempo di vita - assume pertanto il valore di indicatore antropologico delle nuove forme di soggettività legate all'economia capitalistica postfordista. La tesi sostenuta dall'a. è che il "nuovo capitalismo" ha conseguenze devastanti sull'identità e sulla socialità degli individui: la "corrosione del carattere" è un esito della destrutturazione del tempo, della collisione costante tra personalità ed esperienza (di cui l'invecchiamento professionale precoce è solo un epifenomeno), dell'esposizione costante dei lavoratori al rischio, alla precarietà, allo sradicamento sistematico da contesti di lavoro condivisi (la cui illeggibilità, ormai, fa tutt'uno con la frammentazione delle carriere e con la perdita di legami comunitari).
Benché Sennett non intenda svolgere un'analisi economica della flessibilità, ma solo delle conseguenze soggettive che questa comporta, una parte del volume è dedicata alla definizione delle caratteristiche del "sistema di potere implicito nelle forme moderne di flessibilità" (p. 46). L'a. ne individua tre principali, che intendono dare una risposta alternativa - oggi diremmo 'neoliberista' - alle limitazioni economiche imposte dalla "routine burocratica" e dalla "rigidità organizzativa" del passato, onde migliorare in produttività, efficienza e competitività: la "reinvenzione continua delle istituzioni", ovvero l'abbattimento delle strutture aziendali piramidali e la loro "ristrutturazione" (reengineering) continua tramite riduzione dei posti di lavoro, ridislocazione produttiva, frammentazione dei ruoli e delle filiere di produzione; la "specializzazione flessibile della produzione", ovvero la reinvenzione costante, reattiva in tempo reale alle esigenze del mercato, secondo una strategia di innovazione permanente resa possibile dall'alta tecnologia; la "concentrazione del potere senza centralizzazione", ovvero la disaggregazione dei luoghi, dei tempi e delle responsabilità della produzione, attraverso la creazione di arcipelaghi produttivi in rete, senza che questo significhi una diminuzione effettiva del controllo, ma solo il suo divenire sempre più anonimo e ubiquo. Questi tre elementi 'strutturali' sono accompagnati da una trasformazione dell'autocomprensione dominante: la tradizionale etica individualistica del lavoro viene sostituita - ancora in nome della libertà e della creatività - con l'etica del lavoro di gruppo (team) e con le sue "maschere di cooperazione" (p. 113); tutto ciò rende il potere dell'economia postfordista tendenzialmente esente dal richiamo alla responsabilità etica (o sociale, con buona pace della business ethics), e lo dota, per converso, dei peggiori tratti coercitivi della condizione lavorativa premoderna ("chi ha il potere di evitare le responsabilità ha anche i mezzi per reprimere il dissenso", p. 145). In questo quadro, la flessibilità, la tolleranza verso la frammentazione, la mancanza di attaccamento alla durata delle cose e perfino la spontaneità, che costituiscono le virtù (non etiche) dell'"Uomo di Davos" (Bill Gates come "epitome del magnate flessibile", p. 60), diventano per i 'normali' lavoratori scaturigini quotidiane di svuotamento di senso, perdita di continuità identitaria e di autostima.
A metà tra la descrizione sociologica di casi, l'inchiesta economica e la riflessione filosofica e psicologica, scritto con un andamento narrativo molto godibile ma che a tratti ne compromette la linearità e la completezza argomentativa, il "saggio a tesi" di Sennett ci consegna un altro tassello dell'identità postmoderna e delle sue patologie. Con l'accortezza (materialistica) di situarlo al punto d'incontro, ben documentabile sociologicamente, tra le imprescrittibili esigenze del capitalismo flessibile e 'liberato' e le sempre più modulabili configurazioni di una soggettività fragile, disorientata, incerta sui propri bisogni come sui propri diritti. Così, in esplicita e duplice polemica con i corifei della soggettività 'light' e con i teorici del ritorno ai valori di comunità ben protette, l'a. non manca di sottolineare come l'abitudine al rischio generi vulnerabilità anziché "ironia" ("nel mondo moderno questo tipo di personalità ironica diventa autodistruttiva", p. 117), e come l'assenza di protezioni sociali e di solidarietà organizzata produca un ambiguo e ancor più disciplinante "desiderio di comunità", di un "noi" che ristabilisca artificialmente la fiducia e il senso della dipendenza reciproca attraverso legami sociali aconflittuali perché fittizi. (ap)
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| Christian Arnsperger, Philippe Van Parijs, Quanta diseguaglianza possiamo accettare? Etica economica e sociale, il Mulino, Bologna 2003, pp. XXVI-134. |
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Quanta diseguaglianza possiamo accettare? Con questo titolo accattivante viene presentata la traduzione italiana di un volume nato come strumento didattico per gli allievi della cattedra di Éthique économique et sociale dell'Università di Lovanio. Gli autori, che si collocano nella tradizione della filosofia morale analitica, intendono offrire un quadro semplificato ma esauriente delle soluzioni che alcune teorie normative prospettano dinanzi al problema generale della giustizia distributiva e della sua istituzionalizzazione nelle società occidentali avanzate. L'ambito disciplinare di riferimento è dunque l'etica applicata e l'attenzione è in particolare rivolta a "quegli approcci dell'etica economica e sociale che sono [...] centrati sull'elaborazione di principi che caratterizzano le istituzioni giuste" (p. 12).
L'etica sociale e l'etica economica - che nell'architettonica normativa post-rawlsiana sono parti dell'etica pubblica - sono definite rispettivamente come la teoria delle istituzioni sociali e la teoria dei comportamenti economici e delle istituzioni ad essi preposte. Entrambe, nella versione proposta da Arnsperger e Van Parijs, procedono secondo la strategia dell'"equilibrio riflessivo", ossia della ricerca di un bilanciamento critico tra principi normativi dati e giudizi morali "ben ponderati" su concrete situazioni dilemmatiche (aborto, eutanasia, risorse scarse, ecc.) in cui i principi generali vengono applicati e messi alla prova. L'obiettivo è quello di raggiungere in tal modo una coerenza nei principi, fondata su "buone ragioni" e in grado di trasferirli dall'ambito della teoria normativa a quello della pratica politica. Attraverso questo artificio metodologico vengono analizzate quattro impostazioni concorrenti, "quattro finestre per guardare il mondo" , debitamente 'tradotte' nei termini concettuali e nella modellizzazione sociale dell'armamentario della filosofia analitica applicata: l'utilitarismo, il libertarismo, il marxismo (analitico) e l'egualitarismo liberale. Il problema che funge da portatore di dilemmi normativi è quello della diseguaglianza sociale ed economica e delle sue implicazioni sul piano della giustizia distributiva, cui si aggiungono, nella seconda parte del volume, due esemplificazioni relative ai temi scottanti della sanità e dell'immigrazione.
Se è vero che gli autori non mancano di sottolineare pregi e difetti degli approcci trattati, giudicati "punti cardinali" dell'attuale riflessione etico-politica, non stupisce che la ricerca dell'equilibrio riflessivo li conduca a privilegiare l'egualitarismo liberale formulato originariamente da J. Rawls nella sua "Teoria della giustizia", presentata qui come "l'atto di fondazione dell'etica economica e sociale contemporanea" (p. 57). Nel quadro normativo di una conciliazione dei principi di libertà ed eguaglianza che vuole comunque "prendere sul serio il pluralismo" dei valori materiali, Arnsperger e Van Parijs articolano una complessa casistica delle possibili combinazioni tra quei principi di riferimento e le pretese morali di volta in volta sollevate, apprezzando, sull'ideale bilancia della giustizia distributiva, i diversi pesi della libera autonomia individuale e dell'equa ripartizione collettiva di oneri e benefici. In questo modo, tuttavia, il problema iniziale, la diseguaglianza sociale, viene scomposto e parcellizzato nelle sue morfologie combinatorie e trasferito, dal piano politico conflittuale in cui naturalmente si trova, a quello depoliticizzato di una giustizia "equa" fra soggetti privati che discutono in base a buoni argomenti e a giudizi morali ben ponderati. La soluzione neocontrattualista punta al solito sull'eguaglianza formale e, al solito, trascura le ineguaglianze materiali di risorse, poteri e forze contrattuali.
L'infelice ma esatto titolo adottato dall'editore italiano di questo volume ne circoscrive così anche la portata concettuale e l'utilità politica: limitata la prima alla descrizione delle modalità di quantificazione della diseguaglianza accettabile secondo parametri privatistici, e orientata la seconda agli insegnamenti postmodern di etica per manager sul modello delle business school americane. La domanda sulle cause dell'ineguaglianza resta in ogni caso inevasa, appartenendo forse, a giudizio degli autori, alle metafisiche del passato. (ap)
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| Luciano Gallino, Il costo umano della flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2001, pp. 87. |
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La domanda che si pone il sociologo Luciano Gallino in questo volume è "come rendere sostenibile la flessibilità". Il presupposto esplicito (e senza dubbio problematico) da cui parte è che "il lavoro flessibile può non piacere, al lume d'una concezione non puramente mercantile del lavoro, ma è qui per restare a lungo, poiché è strettamente connaturato con i modelli organizzativi e le tecnologie delle imprese del XXI secolo" (p. 8). Detto questo, che è anche l'argomento invocato da più parti per estendere una 'inevitabile' flessibilizzazione del lavoro in nome dell'efficienza e della competitività globale, l'a. non nasconde affatto, dati alla mano, quanto si cela dietro la domanda di sempre maggiore flessibilità: essa è premessa ed espressione di un "attacco generalizzato al diritto del lavoro" (p. 14), in quanto contribuisce da un lato alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative e dall'altro alla de-responsabilizzazione dell'impresa; introduce inoltre nel mercato del lavoro il principio del 'numero chiuso' e, con esso, un alibi per non tematizzare problemi altrettanto importanti; infine, anche qualora si consideri che la moltiplicazione dei lavori flessibili è dovuta agli imperativi di esorbitante redditività pretesi da investitori istituzionali di cui sono ostaggi gli stessi dirigenti d'impresa, ciò che viene per lo più sottaciuto (a livello sia privato che pubblico) sono gli alti oneri personali e sociali a carico dei lavoratori sottoposti alla flessibilità. Se le cose stanno così, spiega l'a., è urgente e opportuno fornire un'adeguata fenomenologia delle forme attuali di lavoro flessibile e dei loro costi umani, onde poi poter avanzare proposte concrete per un intervento pubblico teso a minimizzarne l'impatto sui lavoratori e sulla società e a rendere, appunto, più sostenibile la flessibilità. In questa disamina il breve ma denso saggio di Gallino ha il merito di mettere alcune cose in chiaro.
È quanto mai arduo dare una topografia esaustiva dell'arcipelago dei lavori flessibili, ossia di quelli che "richiedono alla persona di adattare ripetutamente l'organizzazione della propria esistenza - nell'arco della vita, dell'anno, sovente persino del mese o della settimana - alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive che la occupano" (p. 25). Tuttavia, sostiene l'a., si possono distinguere almeno due grandi tipologie di flessibilità: la prima, "numerica" o "quantitativa" o "esterna", permette all'impresa di variare il numero dei suoi occupati in relazione alle oscillazioni del ciclo produttivo (licenziamento/occupazione); la seconda, "funzionale" o "qualitativa" o "interna", permette all'impresa di modulare direttamente i parametri della prestazione d'opera dei dipendenti (salari, orari, luoghi, mezzi, ecc.). Entrambe queste tipologie, per conseguire gli obiettivi prefissi, fanno ricorso a ciclici processi di "destrutturazione", "esternalizzazione" e "terzizzazione", che declinano il modello flessibile all'esterno e all'interno delle imprese, generando una ipertrofia di contratti individuali più o meno 'atipici'. Nel complesso, secondo stime del 2001, si calcola che il "salariati della precarietà" siano in Italia circa 8 milioni, a cui vanno aggiunti gli almeno 5 milioni di occupati nell'economia sommersa, che ancora più flessibilmente entrano ed escono dalla flessibilità 'regolamentata'. "Dinanzi a tali cifre - commenta Gallino - le accuse solitamente rivolte alla rigidità del mercato del lavoro in Italia appaiono quanto meno formulate con limitata attenzione alla realtà" (p. 34).
Il tratto che accomuna queste forme altrimenti singolarizzate di occupazione è la precarietà: sono cioè tutti lavori "in vario modo e da diversi punti di vista insicuri, instabili, temporanei, soggetti a revoca, incerti, senza garanzia di durata, fugaci o brevi" (p. 36). I costi umani che essi comportano sono sintetizzati dall'a. in tre tipi di precarietà: una precarietà esistenziale, dovuta alla limitata o nulla possibilità di formulare previsioni o progetti per il futuro; una precarietà professionale, legata all'impossibilità di accumulare esperienze lavorative trasferibili da un lavoro all'altro; una precarietà sociale, infine, in quanto la rimozione degli aspetti di stabilità spaziale e relazionale del lavoro mina alla base l'identità e l'integrazione sociale della persona (last but not least si potrebbe aggiungere un quarto tipo non meno significativo di precarietà: quella economica!). Il peso e la durata di questi oneri variano in rapporto ai differenti ambiti lavorativi e ruoli occupazionali, ma non paiono essere intaccati dalle trasformazioni del mercato del lavoro e dal divenire obsoleti dei sistemi lavorativi tradizionali (come invece sostengono i fautori della 'net-economy' e del postfordismo; a questo proposito, anzi, Gallino - al pari di molti altri osservatori, si pensi agli studi di Robert Castel - non esita a sottolineare come in molti settori avanzati si registri il ritorno in grande stile dei vecchi e collaudati strumenti di sfruttamento della forza lavoro: "Ford e Taylor sembrano essere più che mai gli ispiratori dell'organizzazione dei modi di lavorare", p. 60).
L'obiettivo di prendere in conto istituzionalmente i costi umani della flessibilità (o almeno di quella parte del lavoro flessibile suscettibile di venir regolata da leggi e norme, con l'esclusione quindi del 'sommerso') è subordinato, secondo l'a., all'implementazione di politiche del lavoro che operino con i seguenti mezzi: istituzioni per sostenere il passaggio da un lavoro all'altro; certificazioni di competenze trasferibili; interventi sull'organizzazione del lavoro; programmi di formazione; riattivazione, pur nella "placeless society", del senso dell'idea di 'posto di lavoro'. Se e come politiche di questa natura possano essere scelte e perseguite da un governo nazionale o europeo all'ombra degli imperativi della globalizzazione economico-finanziaria non è un argomento trattato da Gallino, che invece conclude questo volume accennando ad una forma di intervento che potrebbe rendere più efficaci e praticabili anche le altre, e consistente nell'introduzione del "principio del diritto al lavoro a tempo prescelto" (p. 86, il riferimento esplicito è alla "rivoluzione del tempo liberamente scelto" caldeggiata negli anni '80 dai sociologi del lavoro): si tratterebbe di dare al maggior numero di lavoratori un'autentica possibilità di scelta tra una molteplicità di lavori flessibili e una "pluralità non marginale" di lavori normali. Si ha tuttavia l'impressione che se questo è quanto di più auspicabile ci si può attendere per rendere sostenibile, ossia "meno rigida", la flessibilità, il futuro del lavoro (flessibile) e dei suoi diritti sia destinato a rimanere in una condizione, sia pur 'ammortizzata', di precarietà. (ap)
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